Che rapporto abbiamo con il corpo?

Che rapporto abbiamo con il corpo?

 Che cos'è il corpo? Quando si può parlare di "corpo perfetto"? Come mai si è insoddisfatti del proprio corpo?

Il termine còrpo deriva dal latino cŏrpus e indica «corpo, complesso, organismo». Fisicamente, i corpi non sono identici. Si differenziano per le componenti, ovvero per la presenza/assenza di quest'ultimi, per la loro grandezza, forma, peso, colore. A ciò si aggiunge il fatto che non esiste un modo univoco di percepire il proprio corpo e quello degli altri. Ognuno osserva e descrive il proprio corpo e quello altrui in modo singolare.

Il senso attribuito alla nostra parte corporea è fluttuante e transitorio, in quanto per poterlo definire necessita di più sguardi: il proprio, quello dell' altro e quello collettivo. Il corpo dice molto di come ci descriviamo, di come ci valutiamo, di quello che vogliamo dire di noi agli altri, l'immagine che vogliamo mostrare, come la vogliamo mostrare.

Lo sguardo dell'altro partecipa alla costruzione di senso sul "nostro corpo": "come l'altro descrive il mio corpo?", "cosa ne pensa?" "quale valore gli attribuisce?".

L'ulteriore polo che contribuisce a generare senso sul corpo è quello collettivo: l'insieme dei discorsi possibili, già generati o ancora da generare.Tale universo processuale è costituito da tutto ciò che è già stato detto e tutto ciò che si dirà sulla realtà "corpo". I termini che utilizziamo per descrivere il corpo rivelano il modello culturale di cui siamo figli. La cultura contribuisce a dare forma ai corpi, a trattarne la superficie, e a modificarne il funzionamento, suggerisce espressioni, posture, tradizioni e costumi: il corpo può essere concepito solo in quanto situato in un contesto interattivo.

Dunque, più che dalla realtà fisica del corpo, il senso generato sul corpo deriverebbe dal modo di descriverlo che ciascuno costruisce in relazione a ciò che la cultura mette a disposizione, all'educazione ricevuta, ai modelli di comportamento, alle attese e alle prescrizioni legate al ruolo e alla tipizzazione dei canoni della corporeità. Proprio per questo, la costruzione di senso della realtà corporea non può essere stabile nel tempo, ma mutevole, in continua trasformazione. Si pensi, ad esempio, a come è cambiato, nel corso poco più di un decennio, iI canone di bellezza, ovvero l'ideale estetico riguardante il corpo che viene riconosciuto dalla società.

I disagi legati all'aspetto corporeo trovano origine, pertanto, dal modo in cui il nostro corpo viene narrato. Il problema, dunque, non risiede nel corpo. Non si può comprendere il disagio corporeo se prima non ci si occupa dei modi in cui viene inteso il corpo stesso.

Quelli che vengono riconosciuti come "disturbi" legati all'immagine del corpo risultano l'esito tra linguaggio specialistico psichiatrico (tutto ciò che si trova all'interno del DSM, manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali) e la realtà socio-culturale, nonchè il senso comune. Accade, infatti, che i termini tecnico-specialistici vengono assorbiti nel vocabolario collettivo, divenendo realtà oggettiva statica. Così le classificazione dei disturbi dell'alimentazione (come Disturbo da Ruminazione, Disturbo evitante/restrittivo del cibo, Bulimia Nervosa, Binge Eating Disorder) entrano a far parte del linguaggio comune perdendo il valore di categorie sindromiche e diventando degli enti empirici, degli oggetti, come "l'anoressia", "la bulimia". Cosa comporta questo passaggio da enti astratti a enti empirici fattuali? I disturbi presenti nel DSM sono sindromi, cioè non sono conosciute le loro cause e i loro sintomi di un disturbo rivelano i criteri normativi di riferimento dell'epoca, traducendo in forma di caricatura i valori culturali dominanti. Accade che i non esperti in materia, considerando le etichette diagnostiche come degli oggetti empirici (come dei virus, batteri, infezioni che dominano il proprio corpo), si identificano con quest'ultime, perdendo pian piano la propria individualità e diventando il disturbo stesso ("l'anoressico/a", "il bulimico/a", ecc..). Accade, inoltre, che lo sguardo degli altri non è più rivolto alla persona ma al disturbo. Per esemplificare, non ci si descrive e non si viene descritti come Giovanni, Chiara e Michela ma come "l'anoressico", "la bulimica" e " la ruminante". Racchiudendo le narrazioni su se stesso e sull'altro in un'etichetta diagnostica, si restringono le possibilità di cambiamento, di poter fare altro, di poter essere altro. Ad esempio, per il senso comune esiste "l'anoressica che vomita perché le piace essere magra, non vuole ingrassare". Studi scientifici, dall'altra parte, asseriscono che la questione è molto più complessa. Per chi sceglie di non nutrirsi o di nutrirsi poco, il corpo diviene simbolo delle capacità di dominio su di sé. Il controllo sul cibo fa sentire la persona onnipotente nella responsabilità su se stessa. Allo specchio non coglie un corpo consunto ma la dimostrazione compiaciuta della propria incrollabile capacità di dominio sull'immagine che deve realizzare di sé. Se, quindi, si lavora unicamente sull'assunzione di cibo e non su cosa quel corpo rappresenta, il rischio è che non si risulta efficaci nel proprio intervento e che nel giro di poco tempo si ritorni al punto di partenza. 

Andare oltre l'etichetta e domandarsi quale senso si costruisce intorno a quel corpo, consente di conoscere quest'ultimo e di gestire i disagi ad esso legati.

L'insoddisfazione e le pratiche di modificazione del proprio corpo o di parti di esso indicano un movimento verso un obiettivo, verso la costruzione di una nuova configurazione di sè, verso un nuovo modo di descriversi e di essere descritto.

L'idea che cambiare forma al proprio corpo significhi cambiare il senso, il valore e il merito della propria identità personale innesca il gioco delle identità possibili ("come posso essere?").

Concludendo, no, non esistono corpi perfetti. Esistono corpi che narrano di noi in mezzo agli altri. 

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Tuesday, 21 January 2020

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